A Pisa è nato il collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud contro gli usi ed abusi della psichiatria.
Nessuno di noi è psichiatra, psicologo o uno "specialista " della mente ma siamo tutte persone
interessate a contrastare gli effetti nefasti che questa scienza del controllo produce sull'intero corpo sociale.
Ci sembra necessario mettere in discussione le pratiche di esclusione e segregazione indirizzate
a tutti quelli che non accettano il sistema di valori imposto dalla società.
E' arrivato il momento di rompere il silenzio che permette il brutale perpetuarsi di tutte le
pratiche psichiatriche e di smascherare l'interesse economico che si cela dietro
l'invenzione di nuove malattie per promuovere la vendita di nuovi farmaci.
Ci proponiamo di fornire:
- un aiuto legale
- informazione sui farmaci e sui loro effetti
collaterali
- denunciare le violenze e gli abusi della psichiatria

Chiunque è interessato può intervenire alle nostre assemblee che si svolgano
tutti i martedì alle 21:30 c/o lo Spazio Antagonista Newroz in via Garibaldi 72 a PISA
per info : antipsichiatriapisa@inventati.org
3357002669

attivo il nuovo sito del collettivo
www.artaudpisa.noblogs.org

martedì 22 febbraio 2022

L'ARCHIVIAZIONE della MORTE di MATTEO TENNI...

Riceviamo e pubblichiamo il link al video con la testimonianza della madre di Matteo Tenni e il comunicato contro l'archiviazione dell'indagine sull'uccisione di Matteo.

https://youtu.be/faPIAC-WzD4

Non si può vivere così
Mi è stato chiesto di scrivere qualcosa sull’archiviazione dell’assassinio di Matteo. Non mi
sottraggo, e colgo l’occasione per salutarvi e abbracciarvi tutti.
Quante volte abbiamo portato in strada lo striscione che abbiamo fatto nel 2009 dopo la morte
di Stefano Frapporti? “Non si può morire così”, abbiamo detto e urlato in tutti questi anni. Lo
abbiamo fatto per Aldo Bianzino, per Federico Rasman, per Federico Aldrovandi, per Stefano
Cucchi e tanti, troppi altri ammazzati dalla polizia e dai carabinieri. Lo abbiamo fatto per
Minichino, bollito vivo mentre lavorava a cinquanta gradi di temperatura a una pressa della
Marangoni. Lo abbiamo fatto per Abdelsalem, travolto durante un picchetto operaio a
Piacenza. E da mesi lo si ripete per Matteo Tenni. Ma potremmo aggiungere il giovane
Lorenzo, ucciso da un’alternanza-lavoro che organizza lo sfruttamento dei ragazzi da parte delle
aziende. E potremmo aggiungere i morti per il crollo del ponte Morandi e i rivoltosi assassinati
in carcere nel marzo del 2020. Così come potremmo parlare della lunga strage nel
Mediterraneo, o nei lager libici generosamente finanziati dal governo italiano, o di quella
quotidiana carneficina che è la Ripresa voluta dal governo Draghi e da Confindustria: non è
forse per spremere di più i lavoratori e fare profitti più in fretta che si tolgono i freni alle
macchine tessili, si saltano le manutenzioni delle funivie o si costringe a lavorare 10-12 ore al
giorno nei cantieri edili al fine di aumentare gli appalti grazie al Super Bonus? O vogliamo
parlare degli anziani morti da soli nelle case di riposo? O dei tanti deceduti per Covid che una
medicina del territorio non disattivata dai tagli decennali e non ostacolata dalle circolari
ministeriali avrebbe potuto curare a casa?
Insomma, per noi e la nostra gente è sempre più facile morire così. E lasciamo ad altri l’ipocrisia
di scandalizzarsi se un giudice assolve preliminarmente un carabiniere assassino. Dirò solo che
se il secondo ha la falsa scusa dell’agitazione del momento, il primo, che con calma e nel suo
comodo ufficio decide di uccidere Matteo una seconda volta, mi fa ancora più schifo.
E non vi dirò parole di giustizia. Perché non ce ne sono. L’unico sentimento profondamente
umano, per me, è la vendetta per questa lista infinita dei nostri morti.
No, non si può morire così. Ma così, mi chiedo e vi chiedo, si può forse vivere?
Si può vivere in una società in cui vale solo il profitto, una società che ci sta portando dritti
verso la guerra? Si può accettare la tragica farsa di governanti e tecnocrati – distruttori seriali
dell’umano, del suo ambiente e del suo benessere – che impongono le più assurde restrizioni e
discriminazioni in nome della cosiddetta salute pubblica? Si può accettare di esibire un codice
digitale per poter esistere?
Non farò il favore di dire, a qualche distratto passante, che dovrebbe preoccuparsi delle vite degli
altri. Sono la mia, la vostra e la sua di vita ad essere già un’appendice delle macchine, il timbro
su una scheda, l’ingiunzione di un algoritmo. I carabinieri e i giudici hanno proprio lo scopo di
controllare il recinto in cui ci stanno chiudendo – dentro il quale ci è concesso un modo sempre
più uniforme di pensare, di parlare, di agire, di curarsi, di incontrarsi. Il “distanziamento
sociale” – ognuno nella sua bolla, impotente e concorrente degli altri – non è un mezzo: è
l’obiettivo. Il punto, allora, non è come moriremo. Ma come stiamo vivendo.

Rovereto, 18 febbraio 2022

domenica 6 febbraio 2022

dalla Trasmissione radio MEZZ'ORA D'ARIA: PER UN MONDO SENZA PSICHIATRIA, SENZA CARCERE E SENZA FRONTIERE

Pubblichiamo il link per sentire la puntata andata in onda sabato 22 gennaio su Mezz’ora d’aria, trasmissione radio anticarceraria bolognese sulle frequenze di Radio Città Fujiko, una puntata per parlare di carcere femminile, infanzia reclusa e psichiatria.

https://brughiere.noblogs.org/post/2022/01/19/per-un-mondo-senza-psichiatria-senza-carcere-e-senza-frontiere/

Il podcast della puntata si trova anche sul sul sito della trasmissione https://www.autistici.org/mezzoradaria/

PER UN MONDO SENZA PSICHIATRIA, SENZA CARCERE E SENZA FRONTIERE

A luglio del 2021 è stata aperta una sezione ‘nido’ al femminile della Dozza proprio accanto alla sezione psichiatrica – la cosi detta ‘sezione articolazione salute mentale’, l’unica femminile in Emilia Romagna. Il carcere che annienta gli adulti si è organizzato per l’infanzia: un nido dietro le sbarre accanto al repartino psichiatrico, due dispositivi che insieme esprimono tutta la ferocia del sistema carcerario.

 

domenica 16 gennaio 2022

articolo per agenda Scarceranda 2022: Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza: I NUOVI MANICOMI

 è uscita l'Agenda SCARCERANDA 2022 "Contro il carcere giorno dopo giorno" con un nostro contributo su carcere, psichiatria e REMS che mettiamo sotto.

Il Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud-Pisa
antipsichiatriapisa@inventati.org
artaudpisa.noblogs.org 335 7002669
via San Lorenzo 38 Pisa

Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza: I NUOVI MANICOMI

La Legge n°81 del 2014 ha disposto la chiusura degli OPG (Ospedali Psichiatrici Giudiziari) e ha previsto l’ entrata in funzione delle REMS (Residenze per l’Esecuzione Misure Sicurezza) su tutto il territorio nazionale. La misura di affidamento ai servizi sociali e sanitari, anziché a quelli giudiziari, costituisce un passo in avanti nella riduzione delle misure reclusive totalizzanti, ma, mantenendo inalterato il concetto di pericolosità sociale, non cambia l'essenza della questione.

Come si finisce in una REMS ? In Italia, in caso di reato, se vi sia sospetto di malattia mentale, il giudice ordina una perizia psichiatrica; se questa si conclude con un giudizio di incapacità di intendere e di volere dell'imputato, lo si proscioglie senza giudizio e se riconosciuto pericoloso socialmente, lo si avvia ad un percorso in una REMS o in una struttura residenziale psichiatrica per periodi di tempo definiti o meno, in relazione alla pericolosità sociale.

La legge 81/2014 non ha intaccato il sistema del "doppio binario": quello che riserva agli autori di reato - se dichiarati incapaci di intendere e di volere per infermità mentale - un percorso giudiziario speciale, diverso da quello destinato agli altri cittadini. Chiudere i manicomi criminali senza cambiare la legge che li sostiene vuol dire creare nuove strutture, forse più pulite, ma all’interno delle quali finiscono sempre rinchiuse persone giudicate incapaci d’ intendere e volere. Una carenza che non ha reciso la logica sottesa al trattamento dei "folli rei", quella del mancato riconoscimento di una piena dignità alle persone, anche attraverso l'attribuzione della responsabilità per i propri atti.

Per superare realmente il modello manicomiale occorre non riproporre i criteri e i modelli di custodia e metter mano a una riforma degli articoli del codice di procedura penale che si riferiscono ai concetti di pericolosità sociale del “folle reo, di incapacità e di non imputabilità”, che determinano il percorso di invio alle REMS.

Al contrario con le REMS viene ribadito il collegamento inaccettabile cura-custodia riproponendo uno stigma manicomiale. Ci si collega a sistemi di sorveglianza e gestione esclusiva da parte degli psichiatri, ricostituendo in queste strutture tutte le caratteristiche dei manicomi. La proliferazione di residenze ad alta sorveglianza, dichiaratamente sanitarie, consegna agli psichiatri la responsabilità della custodia, ricostruendo in concreto il dispositivo cura-custodia, e quindi responsabilità penale del curante-custode. Tradotto significa l’inizio di un processo di reinserimento sociale infinito, promesso ma mai raggiunto, legato indissolubilmente a pratiche e percorsi coercitivi, obbligatori, e contenitivi.

Il manicomio non è una struttura, bensì un criterio; la continua ridenominazione di tali strutture, infatti, non può nascondere la medesima contraddizione di fondo: l’isolamento del soggetto dalla realtà sociale per la sua incapacità di adattamento nei confronti di un mondo su cui nessuno muove mai alcuna questione e che nessuno mette mai in discussione. Sarebbe essenziale superare il modello di internamento, non riproporre gli stessi meccanismi e gli stessi dispositivi manicomiali. Il manicomio non è solo una questione di dove e come lo fai, se c’è l’idea della persona come soggetto pericoloso che va isolato, dovunque lo sistemi sarà sempre un manicomio.

Non ci aspettiamo che lo Stato cancelli l’articolo che istituisce la pericolosità sociale, visto che negli ultimi anni è stato utilizzato molto dalla magistratura per colpire e reprimere le lotte.

Nelle REMS la durata della misura di sicurezza non pessere superiore a quella della pena carceraria corrispondente al medesimo reato compiuto. Spesso invece accade che le persone che hanno già scontato in carcere tale pena finiscano nelle REMS e non vengano liberati subito e senza condizioni. Infatti la normativa in vigore effettua questa equiparazione solo per la misura di sicurezza definitiva ma questo non vale per le persone che hanno la libertà vigilata con affidamento ai servizi di salute mentale che può estendersi all’infinito. Sono molti anche i pazienti psichiatrici non imputabili detenuti in carcere in attesa di andare nelle REMS, attesa che p richiedere mesi o addirittura anni, con la conseguenza di tenere dietro le sbarre senza limiti di tempo soggetti che non dovrebbero starci. La soluzione non è certo costruire nuove REMS né aumentarne la capienza.

Le condizioni delle carceri italiane continuano ad essere pessime: le strutture sono fatiscenti, il cibo insalubre, le docce e acqua calda carenti e esiste un sovraffollamento perenne. A tutto questo è da aggiungere annientamento, deprivazione, contenzione fisica, farmacologica, violenza fisica e psicologica. La reclusione genera disagi, patologie e fragilità che spesso esordiscono in carcere e si protraggono anche dopo la scarcerazione. Nel 2019 sono stati 53 in totale i suicidi negli istituti penitenziari italiani (dato confermato sia dalla fonte del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria che da Ristretti Orizzonti) a fronte di una presenza media di 60.610 detenuti ovvero un tasso di 8,7 su 10.000 detenuti mediamente presenti. Per quanto riguarda gli atti di autolesionismo, nel 2019 svetta il carcere di Poggioreale a Napoli con 426 atti (18,79 su 100 detenuti); mentre il valore più alto ogni 100 detenuti lo detiene l’istituto penitenziario di Campobasso con 110,43 atti ogni 100 detenuti, seguito da quello di Belluno che sfiora quota 100 (98,72).

La salute nei luoghi di reclusione è inesistente, manca personale medico e infermieristico , non si trova un banale farmaco per il mal di stomaco ma i detenuti possono avere accesso a svariati psicofarmaci.

Più di un detenuto su 4 è in terapia psichiatrica, con una media del 27,6%. In alcuni istituti addirittura quasi tutti i detenuti sono in terapia psichiatrica: nel carcere di Spoleto risulta psichiatrizzato il 97% dei reclusi, a Lucca il 90% mentre a Vercelli l’86%.

Noi crediamo nel bisogno e nella costruzione di reti sociali autogestite e di spazi sociali autonomi, in grado di garantire un sostegno materiale, una vita senza compromessi di invalidità o Amministratori di Sostegno che gestiscono le esistenze delle persone seguite dalla psichiatria, nonché un reddito e un lavoro non gestiti dai servizi socio-sanitari, bensì autonomamente dal soggetto.

Uno concreto percorso di superamento delle istituzioni totali passa necessariamente da uno sviluppo di una cultura non segregazionista, largamente diffusa, capace di praticare principi di libertà, di solidarietà e di valorizzazione delle differenze umane contrapposti ai metodi repressivi e omologanti della psichiatria.

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud-Pisa

per info e contatti:
Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
via San Lorenzo 38 56100 Pisa
antipsichiatriapisa@inventati.org
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Collettivo Antipsichiatrico "Antonin Artaud" Pisa - 2007 antipsichiatriapisa@inventati.org