FAKIR
È passato un mese da quando
il 19 luglio scorso a Bologna è stato ucciso Abderrahim Fakir, 42
anni, schiacciato a terra e soffocato dalla polizia durante un fermo.
Fakir viveva in Italia da
quando aveva sette anni ed era titolare di una ditta di trasporti e
facchinaggio. Negli ultimi mesi alla sua avvocata aveva manifestato
timori legati all'entrata in vigore del nuovo Patto europeo sulla
migrazione. Aveva paura di essere espulso dall’Italia nonostante
avesse i documenti in regola.
La sua terribile storia è
sparita dai giornali. Non se ne parla già più.
Sembra che non rimanga altro
da fare che aspettare i risultati dell’autopsia. Anche se non ne
abbiamo bisogno per sapere come è morto.
Da quando il 3 marzo 2014
Riccardo Magherini è morto schiacciato a terra a Firenze, contenuto
e soffocato dai carabinieri, non abbiamo fatto un passo avanti. Siamo
rimasti sempre e ancora lì.
Riccardo chiedeva aiuto. Come
Fakir.
Sembra ormai una pratica
ordinaria, normale, accettabile quella di rispondere
all’inquietudine, allo smarrimento, all’evidente sofferenza,
all’intimo turbamento in maniera repressiva e violenta, anche con
lo schiacciamento a terra, il ginocchio sulla schiena, le manette, la
contenzione, il soffocamento.
Le
cronache sono piene di storie simili a quella di Fakir o di Riccardo
Magherini. Chi vuole, (noi come Collettivo ci siamo cimentati in
questa impresa) si prenda la briga di cercarle, studiarle,
divulgarle... Tantissime sono le persone decedute in seguito
all’esecuzione di un fermo di polizia con annesso Trattamento
Sanitario Obbligatorio (TSO), all’azione congiunta di divise e
camici bianchi, di gazzelle della polizia e ambulanze del 118 o della
Croce Rossa.
Riccardo
e Fakir sono morti come tanti altri. Luigi Marinelli, schiacciato da
un ginocchio sulla schiena durante l’intervento della polizia nella
sua abitazione a Roma il 5 settembre 2011. Giacomo Zotti, morto a
Urago d’Oglio in provincia di Brescia durante un TSO, a causa di
due iniezioni di sedativo mentre era bloccato dai carabinieri il 26
ottobre 2011. Vincenzo Sapia, soffocato a terra da un carabiniere a
Mirto Crosio in provincia di Cosenza il 24 maggio 2014. Andrea Soldi,
immobilizzato con una presa al collo, ammanettato e soffocato durante
un TSO (non voleva recarsi al CSM a farsi somministrare la dose di
psicofarmaci) da tre vigili urbani e uno psichiatra il 5 agosto 2015
a Torino. Arafet Arfaoui, morto a Empoli il 17 gennaio 2019 dopo
un’iniezione di sedativo mentre era ammanettato e schiacciato a
terra dai carabinieri, con i piedi legati da un cordino di plastica.
Igor Squeo, morto a 33 anni in circostanze ancora non chiarite la
notte tra l'11 e il 12 giugno 2022 a Milano in seguito a un
intervento di polizia e sanitari nel suo appartamento, ammanettato,
schiacciato a terra in posizione prona e potentemente sedato. M.M,
soffocata a 39 anni all’interno di una chiesa di Vigevano dopo
essere stata ammanettata, contenuta e bloccata a pancia in giù da
due vigili urbani il 3 novembre 2023.
E chissà quante altri.
Tante, troppi hanno perso la
vita nel corso di un intervento delle forze dell’ordine durante
l’esecuzione di un Trattamento Sanitario Obbligatorio. Il TSO a
tutt’oggi continua a essere l’unica pratica considerata “medica”
che impone una “cura” indesiderata e involontaria attraverso
l’intervento della forza pubblica. A migliaia ne vengono praticati
ogni anno in Italia, decine ogni giorno. E troppo spesso finiscono
così, con la morte “accidentale” di chi li subisce.
Come
società e come individui facciamo fatica a empatizzare con chi
esprime una sofferenza latente, evitiamo di considerare il dolore
interiore e nascosto. Siamo capaci di percepire solamente la
minaccia. L’unica risposta a chi si trova in un momento di
difficoltà, chiede aiuto ed esige cura, ascolto, vicinanza e
accoglienza sono le forze dell’ordine e dosi massicce di
neurolettici e sedativi. L’incontro ravvicinato con una persona in
forte crisi ha come conseguenza quasi meccanica l’appello a chi ha
il monopolio della forza. Farsi carico, prendersi personalmente cura
di una persona che esprime difficoltà sembra appartenere a spazi,
tempi e dimensioni lontane. Nel nostro tempo, nel nostro spazio,
nella nostra dimensione ciò non è più possibile. Si salta a piè
pari qualsiasi rapporto umano. Chi urla per strada è potenzialmente
pericoloso per sé e per gli altri, e al cittadino che non vuole guai
non rimane che una soluzione, chiamare le forze dell’ordine o
l’ambulanza per il ricovero coatto in psichiatria. Spesso quando le
divise operano insieme ai camici bianchi, le parole si trasformano in
armi, le relazioni sono surrogate da bombardamenti di psicofarmaci,
contenzione e segregazione in reparti psichiatrici. Fakir è morto
perché bravi cittadine alla finestra desiderosi di tranquillità,
cellulare alla mano in modalità ripresa video, lo hanno consegnato a
uomini in divisa. I quali, ben lungi dal preservare l’incolumità
delle persone, hanno messo in atto il loro compito primario:
controllare, contenere e reprimere.
Le persone sofferenti sono
spesso circondate da uno stigma: una modalità collettiva, costruita
nei secoli, di osservare la realtà che ci circonda e di rapportarsi
alle persone, che trasforma la vulnerabilità in vergogna o pericolo.
Dei matti si ride o se ne sta alla larga. Lo stigma psichiatrico va
anche oltre: previene e annulla qualsiasi responsabilità personale
anche se si mettono in atto trattamenti violenti e contenitivi
prolungati. Alle persone considerate matte, pazze, deliranti
difficilmente si crede, anche quando denunciano un danno o un abuso.
Così agisce lo stigma. Ci si sente più liberi di agire impuniti.
Chi è in crisi non è credibile e non è attendibile come testimone.
Fakir è stato colpito anche
da questo stigma. Dopo la sua morte è stata orchestrata dai media e
dal dibattito politico di infimo livello a cui siamo abituati una
campagna stampa tesa a screditarlo come persona. Si è detto che
forse aveva delle patologie pregresse, che assumeva stupefacenti. È
stata perquisita la sua abitazione ed è comparsa la sua cartella
clinica di un ricovero risalente a un mese prima della morte, quando
era andato al pronto soccorso dell’ospedale Maggiore di Bologna per
un taglio al polso, durante il quale aveva chiesto un aiuto
psicologico. Il fine era chiaro: dimostrare che lui stesso fosse la
causa del suo omicidio.
La
famiglia di Fakir chiede verità e giustizia. La procura di Bologna
ha già mostrato da che parte sta lo Stato: il fascicolo sui due
poliziotti e i quattro operatori del 118 intervenuti al Pilastro non
è stato aperto nel registro ordinario degli indagati, ma nel
cosiddetto modello 45 bis, il registro “scudo” introdotto
dall’articolo 12 del decreto sicurezza, riservato ai casi in cui si
presume sin da subito una causa di giustificazione per chi porta una
divisa, in adempimento del dovere. Chi vi finisce iscritto non è
formalmente indagato e gli accertamenti procedono su un binario
separato e più rapido rispetto a quello ordinario. Per la morte di
una
persona disarmata,
bloccata a terra e ammanettata, il punto di partenza dell’inchiesta
è la presunzione che agenti di polizia e i volontari della Croce
Rossa abbiano agito legittimamente. Si tratta della prima
applicazione in assoluto di questa norma in Italia.
Siamo con le famiglie di chi
subisce abusi di questo tipo, spesso destinate a un doppio lutto, a
una doppia perdita: strappate per sempre alla presenza dei propri
cari, private della consolazione di una verità processuale
plausibile e accettabile. Pochissimi sono i processi che giungono a
una conclusione effettiva. Il che aggiunge un ulteriore inquietante
elemento alla violenza che famiglie, parenti, amici della persona
deceduta a causa dell’abuso sono costretti a sopportare: la
privazione anche di una spiegazione, di una successione plausibile
dei fatti e delle cause che hanno portato alla morte delle persone a
loro più care.
Quello che è successo a Fakir
e a tutti gli altri è il risultato della perdita di qualsiasi
contatto umano. È la conseguenza della delega di azioni, pensieri e
rapporti solidali a istituzioni prive per statuto di capacità
relazionale, di reale interesse verso le sensazioni altrui e nei
confronti di stati d’animo non rispondenti a uno standard conforme.
Un vero cambiamento non può
passare che dalla consapevolezza diffusa della necessità di un
ritorno alla disponibilità alla cura, quella vera, fatta di ascolto,
capacità di relazione, vicinanza. Tutte caratteristiche che,
inesorabilmente, stiamo, forse per sempre, perdendo in questi anni
infami.
Ci rifiutiamo di pensare che
questa deriva rappresenti la nostra nuova normalità.
Collettivo Antipsichiatrico
Antonin Artaud
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